01/05/2011
UNDICI LETTERE ALL’AMMIRAGLIO
UNDICI LETTERE ALL’AMMIRAGLIO - Raphael Semmes, il falco degli oceani. Di Donatello Bellomo, Edizioni Mursia, pagine 436, euro 18,00.
Per introdurre il lettore in questa bellissima ed appassionante storia basata su una solida documentazione storica e marinara, trascrivo l’epitaffio di un fulgido eroe, un vero Garibaldi d'oltre oceano.
“A sempiterna memoria di Raphael Semmes
scrittore, diplomatico, giornalista, giurista e docente
soldato e straordinario marinaio,
ma soprattutto e sempre, gentiluomo
uno dei più grandi eroi della storia navale
nato a Charles Country, Maryland il 27 settembre 1809
morto a Point Clair, Alabama, il 30 agosto 1877.
Il marinaio e’ a casa, e’ tornato dal mare e riposa
nella terra che ha amato tanto.”
Il 12 aprile 1861 con l’attacco dei confederati a Port Sumter nella Carolina del Sud si apriva la guerra civile americana che per quattro anni avrebbe opposto sul terreno e sui mari le truppe di Lincoln a quelli degli stati secessionisti.
Ammiraglio della flotta confederata, Semmes divenne famoso per i suoi innumerevoli successi a danno della flotta dell'Unione al comando del corsaro Sumter: distrusse durante sei mesi del 1861 diciotto navi; l'anno successivo, al comando dell' Alabama iniziò la crociera più vittoriosa di tutti i tempi, dal Cile alla Malacca, da Singapore sino all’India, catturò sessantanove imbarcazioni ed inflisse uno tale scacco al commercio marittimo degli Stati Uniti che non fu più recuperato. Dopo che l'Alabama fu affondato al largo delle coste francesi dal Kearsage nel 1864 fuggì in Inghilterra per poi tornare in Virginia, dove fu impegnato nella difesa di Richmond.
La guerra era perduta, ma uomini come Semmes hanno dimostrato che si possono deporre le armi senza sentirsi sconfitti, un romantico patriota che ha catturato duemila prigionieri e non ne ha ucciso nessuno. Un uomo che ha sempre sostenuto che il migliore degli amici e degli ufficiali sono coloro che sanno darti torto.
In questo contesto storico si intreccia una struggente ed infelice storia d’amore. Siamo nel febbraio 1870. Miss Louise Tremlett ha 37 anni, e’ una ricca possidente inglese, buone scuole, lezioni di musica ed austera tradizione; le poche e garbate intemperanze venivano attribuite al sangue irlandese materno. L’incontro a Cape Town con l’ammiraglio Raphael stravolse la vita di questa bellissima donna dagli occhi color cobalto.
Nonostante 35 gradi a bordo dello yawl sentì’ un brivido alla vista dei cannoni neri, delle armi da fuoco, delle sciabole sulle rastrelliere, dei barili di polvere da sparo. L’ammiraglio che odorava di un profumo amaro e speziato la condusse con piglio sicuro nell’angolo più riparato del suo alloggiamento, dove ticchettavano 60 cronometri da marina, tutti sincronizzati sulla stressa ora. Eccetto uno. “Questa e’ l’ora di Mobile, dov’e’ la mia casa”.
Furono subito vertigini, calore e tremolio di una donna innamorata di un uomo che ha fatto impallidire tutti i giorni vissuti prima del magico valzer di quella notte e che li legherà per sempre anche nella lontananza e nel silenzio di lui, che, all’improvviso, cessa di contattarla. Lei continua a scrivere bellissime lettere d’amore e condivisione ma che non spedisce, alienata da un amore così grande che si cementa all’ombra di un grande sogno. “Quando smetto di fidarmi dei pensieri inizio a fidarmi del cuore”.
Una rovinosa caduta da cavallo mette in pericolo la vita di Louise, che al suo capezzale convoca un notaio cui affidare le sue volontà : far pervenire all’ammiraglio Semmes un misterioso plico con dei curiosi nastri di velluto blu alle estremità.
Per la missione vengono assoldati una liceale ed un pittore che da Amburgo partono alla volta di un viaggio rocambolesco per raggiungere Mobile e consegnare personalmente il pacco al destinatario. Accompagnati da un mezzo sangue pellerossa incontrano disertori, banditi, reduci di un esercito che non esiste più e portano a termine una missione studiata nei minimi dettagli , dove i personaggi coinvolti sono legati da un fil rouge il lettore scoprirà lettura facendo.
L’autore ci fa respirare la crosta di sangue, carne ed ossa dei campi di battaglia, ci fa salire a bordo delle navi da guerra sudiste pregne di odore di corda bagnata, di polvere da sparo, sale e sudore e ci fa spaventare o innamorare dei mari ostili ed in tempesta, quelli capaci poi di declinare nella quiete di un sole che esalta il glauco ed il lapislazzulo dell’oceano, od ancora di una luna così grande che pare cadere nel baluginio delle stelle.
Le acque della Manica hanno protetto l’Alabama sino al 1984; le cabine pressocchè intatte.
L’incisione “Aide toi et Dieu t’aidera” risplende ancora negli abissi, anch’essa a sempiterna memoria.
(Recensione D.B. 1/5/2011)
18:35
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30/04/2011
IO NON VOLEVO NASCERE
IO NON VOLEVO NASCERE, di Pietro Melis, professore di storia della filosofia, Edizioni Bastogi, pagine 456, euro 30,00.
E’ davvero difficile tentare una recensione per questo libro così complesso; la vastità e la profondità degli assunti trattati, le disamine inoppugnabili dell’autore –la cui vita privata si interseca nel dipanarsi del saggio- pretenderebbero un libro del libro.
Mi sono venuti casualmente in soccorso due menti eccelse quali i fisici Hawking e Mlodinow grazie ad un’intervista riportata in prima pagina su “La Repubblica” intitolata “La filosofia e’ morta, non rimane che la fisica”. Viviamo in un mondo sconfinato che può essere ora amichevole ora crudele e, volgendo lo sguardo ai cieli immensi che ci sovrastano, gli uomini si sono sempre posti una moltitudine di interrogativi. Qual’e’ la natura della realtà? Che origine ha tutto ciò? L’Universo ha avuto bisogno di un creatore?
Per secoli questi quesiti sono stati di pertinenza della filosofia. Ma, come argomenta Melis, la filosofia e’ morta perché non e’ stata al passo degli sviluppi più recenti della scienza, ed in particolare della fisica. Ora sono gli scienziati a raccogliere la fiaccola della nostra ricerca della conoscenza.
Ecco, partirei da qui e dall’eloquenza del titolo e dell’immagine di copertina, che urla, tramite il famoso dipinto di Munch, la disperata ed inutile ricerca di un senso della vita umana. Perché, come già sostenne trent’anni fa il premio Nobel per la fisica Weinbeg, più l’Universo ci appare comprensibile tanto più ci appare senza scopo. Melis sostiene che la sua unica direzione e’ l’emancipazione dell’ambiente, all’interno del quale si può desumere che l’uomo non fosse il suo traguardo. Citando poi Lorenz avvalora la tesi dell’idea che se l’uomo fosse sin dall’inizio dei tempi la meta prestabilita di ogni evoluzione naturale diventerebbe il paradigma della cieca superbia che ne precede la caduta, perché se si dovesse credere in un Dio onnipotente che intenzionalmente ha creato l’uomo attuale allora bisognerebbe davvero dubitarne…..quale misero dio!
Si riprende in tal modo il pensiero filosofico di Kierkegaard: la religione e’ un salto nell’assurdo per fuggire al non senso della vita umana. Se la domanda sul senso della vita umana e’ insensata, lo e’ altrettanto ogni qualsivoglia risposta della filosofia, che nelle sue indagini metafisiche divide il fideismo antropocentrico di origine umanistica-religiosa dal relativismo-soggettivismo che, non ponendosi una domanda “ priva di senso” nega alla conoscenza scientifica l’accesso ad una qualsiasi verità.
Solo la scomparsa della vita umana sulla Terra potrebbe sopprimere il non senso della vita, in quanto gli animali non umani non si pongono tale domanda. In uno scambio epistolare con Melis, è egli stesso a suggerirmi l'interpretazione
corretta del suo pensiero: La follia umana diventa predatrice della Terra e l'autore odia a tal punto questa umanità che sembra paradossalmente ringraziarla per il fatto di fargli trovare un interesse alla vita solo nell'odio contro di essa, tradotto ferocemente in "odio, dunque esisto".
Il messaggio che lancia questa scorrevole ma impegnativa lettura e’ l’amore sconfinato per la vita ed il grido di dolore che ne consegue. Paradossalmente e’ proprio l’attaccamento ad essa la fonte di ogni tribolazione perché il nostro inspiegabile, perenne ed innato rifiuto della nostra caducità ci straziano al punto di anticipare quella che sarà presumibilmente per gli agnostici -e di certo per gli atei- una imminente eternità nel nulla.
Un libro sconsigliato a chi cerca una lettura d'evasione, vivamente consigliato a chi crede (come noi) che leggere aiuti a crescere. Astenersi perditempo.
(Recensione Donata Bina 8/4/2011)
21:57
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Un carcere nel pallone
“Un carcere nel pallone” , di Francesco Ceniti con una presentazione di Candido Cannavò. Editore Laruffa, pagine 220, euro 15,00.
Mosaico umano: storie di detenuti , individui diversi per vissuto e capi di imputazione e che nello sviluppo del testo impariamo a conoscere per nome e patire delle loro sofferenze. Ci sono cose difficili da immaginare, ed essere privati della libertà e’ una di queste.
L’autore, giornalista professionista della “ Gazzetta dello Sport “ e’ sceso letteralmente in campo , fino ad essere ospite in un carcere abitato da tremila persone e dove, come in tutti i carceri della terra, la parola speranza si usa con parsimonia.
Quello che noi non comprendiamo e’ che il destino di queste persone si decide dietro le sbarre e senza aiuti dall’esterno che irrompano nel silenzio surreale di un alveare di sgabuzzini di 3 metri per 2 qualsiasi sbocco positivo diventa pura utopia. Se priviamo i detenuti di un qualche contatto col mondo esterno diventiamo complici della loro follia, perché il patire annichilisce e la libertà diventa quasi sempre un trauma.
La presenza dei volontari e’ una vera benedizione, ma l’esperimento pilota di Ceniti riesce in un vero e proprio miracolo; lo sport come esperienza di libertà dove allenarsi due ore al giorno accorcia giornate irrimediabilmente uguali. Centoventi lunghissimi minuti in cui ci si dimentica di essere prigionieri, con la prospettiva tangibile del match domenicale, dove sconfitte e vittorie scardinano e sferzano vite spezzate avvicinandole a quel mondo reale percepito soltanto dalla televisione.
Le giacche verdi del Free Opera iscritte alla Fgci in terza categoria brillano della luce donata dall’autore, che ha il grande e riconosciuto merito di sacrificare tempo, soffrire ed allenare per otto mesi una squadra eterogenea e sempre diversa pur di abbattere virtualmente quei terribili muri di cemento armato. E ci riesce, come la leggenda del santo che addomestica il leone togliendogli una spina dalla zampa : le celle in quegli agognati momenti paiono lontane e gli anni da scontare solo “un piccolo particolare”. Il gioco del calcio diventa l’oasi in un deserto di sbarre, ed oasi dopo oasi “la speranza e’ che prima o poi il deserto finisca”. Il capolavoro , e mi auguro rappresenti una grande soddisfazione per Ceniti, credo sia quello di vedere partecipare agli allenamenti ex detenuti, che a fine detenzione non rinunciano ad un’esperienza che deve essere stata davvero incisiva.
Cito la frase di un detenuto, Mario, che dovrebbe scalfire il cuore anche dei più scettici: “molti incontrano un bruco e pensano sia un verme, le stesse persone incontrando una farfalla ne decantano le bellissime forme ed i colori originali. Pochi riflettono sul fatto che si tratta dello stesso meraviglioso essere, in diversi stati della vita
Il messaggio che arriva al lettore di questo reportage snello, umile, sincero e privo di ogni velleità letteraria e’ un pugno nello stomaco. Sferzato a tutti noi, che per caso, per destino o per fortuna abbiamo la fedina penale intonsa e ci arroghiamo il diritto di puntare il dito e giudicare persone, ancor prima che carcerati, vittime in primis delle loro vite disperate e di una società che non capisce che si fortificherebbe dando fiducia a chi ha sbagliato.
(Recensione di Donata Bina del 25/3/2011)
21:54
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